Cobra Kai. Una serie che colpisce forte

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“Ehi, Karate Kid è un gran film! È la storia di un giovane ed entusiasta appassionato di karate i cui sogni e la determinazione lo portano fino all’All Valley Karate Championship. Naturalmente, purtroppo, perde l’ultimo round contro quel ragazzino nerd… ma impara una lezione importante sull’accettazione garbata della sconfitta.” così Barney Stinson in un episodio di How I met Your Mother, sembrando un pazzo agli occhi degli amici, descriveva il primo Karate Kid, film cult del 1984.

Eppure riguardando con occhio lucido e oggettivo, libero dalle influenze degli anni ’80, dove l’eroe era sprezzante sia del pericolo che del nemico, scopriamo una verità confermata solo molti anni più tardi: il vero Karate Kid, il ragazzo d’oro, è proprio il Johnny Lawrence di William Zabka, un ragazzo vessato dal fastidioso Daniel che con il suo atteggiamento passivo-aggressivo gli porta via prima la ragazza e poi il titolo (nel video sottostante potete rivedere tutte le scene che mettono a confronto i due sfidanti, compreso il finale dove il biondino del Cobra Kai si congratula con LaRusso per la vittoria, dimostrando di essere l’unico personaggio ad aver avuto un’evoluzione interiore importante). Barney aveva ragione?

Da questa velata verità prende il via una delle serie meglio scritte e dirette negli ultimi anni: Cobra Kai, seguito diretto dei vecchi film. Dimenticate l’incoerenza di certi episodi di Game of Thrones o le assurdità di certi teen drama, qui si segue la storia di redenzione di un uomo fallito, un Johnny Lawrence adulto e sconfitto dalle vicende della sua vita che tenta di riprendersi ciò che gli spetta. Una serie che non tradisce mai sé stessa e che alterna sapientemente drammi e comicità, senza dimenticarsi dell’azione e di intrattenere ogni tipo di pubblico. Se inizialmente il creare un seguito della serie cult degli anni ’80 sembrava una mossa volta ad accalappiare nerd nostalgici, ci si accorge ben presto che invece è un ottimo prodotto rivolto a tutti.

Il maggior difetto dei vecchi film erano sicuramente le coreografie, limitate dalla tecnologia dell’epoca e dallo scarso interesse nel creare qualche combattimento che riuscisse a sorprendere ancora il pubblico, come avviene invece al giorno d’oggi, abituati da cinecomics e videogames. Al contrario con Cobra Kai gli scontri assumono ritmo e credibilità, specialmente nel finale spettacolare della seconda stagione, tanto da farti alzare dal divano con la voglia di iscriverti immediatamente ad una scuola di arte marziali.

Se nella trilogia di Daniel-san la trama sembra essere sempre la stessa, quella di un ragazzo debole che trova la forza di ribellarsi contro il “bullo” di turno, qui il plot si arricchisce di sottotrame che descrivono esattamente i sentimenti dei personaggi, dando il tempo di entrare in empatia con loro e di amarli come mai prima d’ora.

Johnny Lawrence, dicevamo, è un cinquantenne fallito con un matrimonio disastroso alle spalle ed un figlio ribelle che vive con la madre, ladruncolo e maleducato. L’epifania per una redenzione arriva quando si ritrova al minimarket per prendere qualche birra. Miguel Diaz, un ragazzino da poco trasferitosi in zona, viene preso di mira da alcuni bulletti e Johnny, come il grande Miyagi fece per Daniel, interviene in suo aiuto sfoggiando vecchie mosse di karate. Il tutto da il via ad una lunga strada verso il riscatto che lo porterà a riaprire il famigerato dojo Cobra Kai, riaccendendo in tal modo la sua rivalità con Daniel LaRusso, divenuto nel frattempo un facoltoso imprenditore. Dal canto suo LaRusso, dismessi i panni dell’allievo, decide d’insegnare il karate a un suo giovane dipendente, che a sua insaputa è proprio il figlio di Johnny Lawrence, prendendo idealmente il posto del defunto signor Miyagi.

I ruoli del passato si mischiano tutti generando una commistione perfetta tra ciò che già si è visto e ciò che è inaspettato, facendoci provare emozioni del passato ma anche sorprendendoci con plot twist che ci fanno rizzare i peli delle braccia, attendendo l’episodio successivo; la stagione successiva.

Cobra Kai è sicuramente un’operazione volta ad avvicinare i vecchi spettatori degli anni ’80 ma compie il miracolo di non rovinare l’opera da cui discende direttamente, complice il fatto che tutti gli attori siano tornati dopo 34 anni ad impersonare i loro personaggi, arrivando addirittura ad esaltarla al massimo. Nessuno può sentirsi tradito o deluso dopo la sua visione. Una serie che se ha dei difetti li nasconde molto bene. Quando vi ricapiterà di guardare i vecchi film li guarderete con un altro occhio e non c’è dubbio che la visone di Barney Stinson sia ormai quella di tutti noi.

“Strike first, strike hard, no mercy” recita il motto del dojo Cobra Kai. Questa serie fa lo stesso con noi: ci colpisce forte, velocemente e senza pietà.

Tommaso "Tom Garland" Franchin

Classe 1989 sono un viaggiatore, videomaker, videogiocatore e scrittore per passione. Laureato in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo all'Università di Padova tento di inseguire il mio sogno di lavorare per l'arte, visiva o poetica che sia.